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Serie A: l’Italia ha paura? Perché si segna sempre meno

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Foto: Shutterstock

La Serie A è il top campionato in cui si segna meno, ma il dato racconta solo una casualità o una precisa identità culturale?

In Serie A il calcio non è solo spettacolo: è strategia, prudenza, gestione.
Dove altrove si esalta l’attacco, qui si celebra l’equilibrio. Dove altri campionati vivono di ritmo e verticalità, la Serie A continua a raccontare una storia diversa: quella del controllo.
Perché nel calcio italiano difendere bene non è un limite. È un valore.

L’arte del catenaccio

In Italia difendere non è mai stato un ripiego, ma un’arte.
Dal catenaccio razionale di Nereo Rocco, che trasformò la solidità difensiva in identità vincente, fino all’esasperazione quasi ideologica di Helenio Herrera alla guida dell’Inter più vincente di sempre. Il controllo dello spazio è diventato linguaggio calcistico prima ancora che scelta tattica. Con Trapattoni e Capello quel principio si è fatto puro pragmatismo. Meno controllo del gioco, più ricerca dello spazio nel momento giusto. Vincere, soprattutto di corto muso, come forma suprema di intelligenza.

Filosofia che si addice perfettamente anche a chi continua, nel calcio moderno, a mantenere viva la tradizione azzurra. Massimiliano Allegri ha infatti reso l’attendismo ed il pragmatismo non solo identità calcistica ma un vero e proprio tratto della personalità, essendo molto presente anche in fattori extra-campo come le conferenze stampa.

Eppure, ciò che per decenni è stato sinonimo di cultura calcistica oggi viene sempre più messo in discussione. Creando fazioni sempre più polarizzate e pronte a sputare sangue per fare prevalere la propria idea. La differenza è che il calcio non vive più isolato nel proprio contesto nazionale. La globalizzazione mediatica ha infatti abbattuto le barriere: ogni weekend il pubblico italiano confronta la Serie A con l’intensità della Premier League, con il ritmo verticale della Bundesliga o con l’aggressività tecnica de La Liga. Altrove viene esaltato il rischio, mentre in Italia si eleva il controllo, condannando chi osa.

La Serie A ed il rischio come colpa

Nei principali campionati europei, il rischio è parte dello spettacolo. In contesti come Bundesliga, Premier e Liga, lo sbaglio di una costruzione dal basso, ad esempio, è spesso messo in secondo piano per favorire l’elogio alla pressione offensiva degli avversari. Tutto questo rientra nel margine di errore, che aumenta per via del focus maggiore sui complimenti per chi osa che sulle critiche per chi sbaglia.

Nel calcio italiano, e in particolare in Serie A, la gerarchia culturale è storicamente diversa. L’errore pesa di più, perché pesa il risultato. La settimana sportiva è fatta di analisi, moviole, processi mediatici e giudizi immediati. In questo contesto, l’allenatore tende a privilegiare controllo ed equilibrio: non per arretratezza tattica, ma per adattamento all’ambiente.

La globalizzazione ha reso il confronto inevitabile, mettendo in risalto le differenze di una cultura forte e radicata come quella italiana rispetto alle altre. Oggi il pubblico italiani vede tutto e, di conseguenza, ha più possibilità di informarsi maggiormente su ciò che apprezza rendendo le fazioni sempre più divise tra i cosiddetti “giochisti” e “risultatisti”. Forse, questa riflessione dovrebbe farci capire che la domanda non è propriamente il perché si segni meno in Italia, ma se l’Italia sia disposta, dal punto di vista culturale, a sacrificare il controllo e la calma per favorire freneticitá e velocità.

Perché finché l’errore continuerà a essere vissuto come colpa e non come componente fisiologica del gioco, la prudenza resterà una scelta razionale. E allora, forse, prima che la Serie A cambi identità dovremmo cambiare noi il modo in cui la guardiamo.

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